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Conta fino a dieci prima di parlare: considerazioni preliminari ad una degustazione

i numeri del vino
Partiamo dai limiti oggettivi: in questo momento storico, nel mondo, operano e producono vini più di 500 mila aziende e ognuna di queste produce una media di 3,5 vini diversi.
Ogni anno vengono immessi, quindi, sul mercato, quasi 2 milioni di bottiglie una diversa dall’altra.
All’interno troviamo un prodotto biochimico fortemente influenzato dalla stagionalità e dalle variazioni climatiche che solo in minima parte possono essere smorzate in cantina: questo rende ogni annata diversa dalle precedenti o da quelle degli anni successivi.
Variabilità, tale da impedire anche ai più illuminati degustatori di conoscere a menadito lo sciibile del mondo vino.
Perciò potrebbe essere utile ricordare un po’ di numeri ripetendo tra sé un Socraticoso di non sapere“.
Per quanto mi riguarda, ho degustato circa 2000 etichette nella mia vita e mi reputo un ignorante assoluto in materia.
Dovrei per questo esimermi dall’analizzare ciò che ho nel calice? Per come la vedo io, no.
Cerco allora un’analisi personale ed emozionale, senza pretendere di snocciolare verità che siano assolute.
Una volta inseriti, trovando la collocazione, capendo il proprio ruolo nel sistema vitivinicolo mondiale, il secondo passo da affrontare è capire con chi si degusta e cosa si sta degustando.
L’approccio delle grandi scuole di sommellerie cerca di essere molto scientifico e concentra le proprie attenzioni su disciplinari e sui riconoscimenti territoriali: sicuramente parte essenziale nel percorso formativo, resta lacunare su tanti altri aspetti. Parliamo di produttori, di annate e di prodotti ricordando che all’interno di una determinata docg i vini possono essere talmente diversi da non riuscire a trovare il minimo filo conduttore.
Parla allora, se vuoi un consiglio, del vino in base a come si comporta in bocca, al naso e alle emozioni che genera, non del fatto che la fermentazione è partita la prima notte di luna piena e mentre il vignaiolo effettuava il batonage intonava canti propizi aztechi su una gamba sola ululando.
Di solito è bene evitare giudizi affrettati o confronti azzardati.
Prova ad individuare una guida, qualcuno che ti possa guidare nella degustazione emotiva del prodotto e prova a carpire le dritte che ti dà, facendone tesoro.
In questo ambiente come in tanti altri è rischioso vivere di preconcetti tipo “a me il barolo non piace” o “preferisco i Franciacorta agli champagne”…sempre meglio rapportare le proprie opinioni alle esperienze personali.
In questa ottica ancora più a rischio di scivoloni sono le generalizzazioni sui vitigni, soprattutto quelli internazionali: lo chardonnay, per esempio, viene coltivato in tutto il mondo, le variabili sono talmente diverse che etichettare un vitigno come cattivo per quelle tre o quattro esperienze potrebbe risultare stupido a gli occhi dei commensali. Un altro pericolo sempre in agguato è quello di farsi eccessivamente influenzare dal costo del prodotto. Credo sia importante premiare chi riesce a farti trovare nel bicchiere un buon prodotto dai costi contenuti: molto spesso qualità e prezzo sono direttamente proporzionali e vini piccoli – prezzi piccoli grandi vini grandi prezzi e grandi emozioni. Di sicuro se il prodotto è una ciofega poco importa se l’ho pagato solo 8 euro!!!!
Nessuno ti ha obbligato a intraprendere questa meravigliosa esperienza, si può vivere anche senza vino o trattandolo semplicemente come una sostanza idroalcolica che ubriaca.
Scherzi a parte, non ti far soffocare dalle emozioni, non ti lanciare in rapide ed affrettate conclusioni… bevi, godi, conosci e confrontati. Incontrerai sempre qualcuno che ne sa più di te e ti trascinerà in fantastici racconti. A quel punto sarai inguaiato fino al collo perché la passione è una malattia molto più grave dell’alcolismo.
Prosit

SANGIOVESISTA CONVINTO – la meglio gioventù

Sangiovesista convinto.

Il mio approccio storico-culturale con il vitigno nasce in un momento della mia vita abbastanza difficile: la mia fase tardo adolescenziale. Orientato sulla quantità più che sulla qualità, un inizio serata consacrato da San e anche da Giovese ci rendeva sereni e talvolta visionari immersi in un clima quasi mistico. Allora, il vino del convivio era il sangiovese e non ci si chiedeva nemmeno il perché: erano i fantastici anni novanta, gli 883 cantavano “con un deca”, noi avevamo poco… ma quel poco rendeva le serate magnifiche.

Pochi i ricordi di quelle serate… le memorie erano di difficile richiamo già il giorno successivo, figuriamoci a distanza di più di vent’anni. Ricordo benissimo, però, quei mal di testa pulsanti e l’hangover del giorno dopo: all’epoca incolpavo il quantitativo, oggi, invece, capisco che la colpa era soltanto della chimica.
Che vini erano? La grande distribuzione era appena sbarcata nel Belpaese, i primi grandi centri commerciali avevano da poco aperto i battenti e noi con un deca a cranio dovevamo comprare dall’aperitivo al digestivo.  Fidatevi, dentro a quel carrello ci finiva di tutto!
Ancora oggi ricordo gli effetti causati da un gin che costava sotto le cinque mila lire. Eravamo figli di quella rivoluzione musicale grunge dei primi anni novanta, di nascosto ascoltavamo Guccini e i Nomadi e sui nostri comodini avevamo tutti una copia di “On the road“, la beat generation era il nostro sale e in quelle serate tutti volevamo imitare il Bukowski Style. Peggio del Gin erano le dame: 5 litri di sangiovese provenienti da zone vitivinicole  in cui non esistono viti di sangiovese, da un azienda non meglio precisata che di sicuro trattava meglio solventi e vernici che l’uva.
Soprassederei sull’analisi gusto olfattiva di quei vini: di sicuro era un po’ come bere la fenolftaleina aspettando la variazione del colore da rosso all’incolore dovuta al pH acido.
Con il senno di poi erano probabilmente i primi esperimenti di sangiovese del contadino pesarese a finire in bottiglia. In una terra più legata tradizionalmente alla coltivazione del biancame, il risultato finale era un vino profumato, da bere giovane con tanti difetti ma che raccontava un territorio in evoluzione e che necessitava di qualche spinta chimica per avvicinarsi ad un miraggio di equilibrio.
Vini lontani…vita lontana…probabilmente all’epoca anche se mi fossi ritrovato nel cuore della Côte de Beaune avrei di certo scelto vini al prezzo,  roba scarsa da fare invidia ai peggiori bar di Caracas. In qualche modo sono riuscito a sopravvivere, nei momenti di melancolia mi manca un po’ quel retrogusto misto catrame e metano che mi ritrovavo la mattina dopo in bocca o forse mi mancano le risate la spensieratezza di quando consideravo un trentenne un povero vecchio con pochi anni davanti…(continua)

SANGIOVESISTA CONVINTO parte seconda – ROMAGNA MIA

Seguirono gli anni dell’università sulla stessa falsariga, fino alla svolta: il primo lavoro, i primi soldi ed il trasferimento in Romagna.
Non so se furono i soldi a fare la differenza, certo è che in terra di Romagna il santo che fa nome Giovese da sempre è trattato come un patrono che protegge le serate danzanti e che assieme alla Beata sempre vergine Piadina protegge il romagnolo dalle contaminazioni colturali dovute all’alternarsi continuo di turisti ma soprattutto turiste.
Da Marchigiano, per cui da persona esterna, vorrei spendere due parole per il mitico Raul Casadei: lo trovo veramente un poeta. Ad essere sinceri, le rime non sono mai state il suo forte, per cui giudichiamolo come un narratore che da sempre racconta e promuove in modo meraviglioso una terra meravigliosa.
Consiglio di ascoltare attentamente “romagna e sangiovese”!
Brano che racconta tanto del territorio dei romagnoli e di come la vita in Romagna  sia più leggera ( “La briscola e il tresette si gioca all’osteria
E col bicchiere in mano si brinda all’allegria
E quando vien la notte romagnola
La mi’ murosa è bella e campagnola
Ci invita a far l’amore, l’amor senza pretese
Evviva la Romagna, evviva il Sangiovese” ).
Provate ad intrattenere rapporti amorosi con una donna del sud e vedete poi come reagisce alla proposta di un amor senza pretese!
Altro pezzo fantastico del grande Casadei era “Il Passatore”.
Vi chiederete che c’entra questa digressione con la Romagna e con i vini romagnoli.
Il Passator Cortese, Stefano Pelloni, era un brigante romagnolo che a metà XIX secolo soleva scorrazzare per le terre di Romagna suscitando il terrore dei nobili e ricevendo ammirazione dalle classi popolari. La sua immagine fu scelta come icona per rappresentare i vini del consorzio.  Riassumendo: il Robin Hood romagnolo è presente in tutte le bottiglie promosse dal consorzio.
In questa vita nella bassa romagna il primo incontro con il santo fu con un master Pietamora azienda Zerbina 2001
Incontro shock. Te che da sempre hai bevuto pessimi vini inizi a bere il primo vino vero della tua vita con una delle massime espressioni di sangiovese per veridicità e legame al terroir? E così les joeux sont fait… amore a prima vista. Da quel momento le serate da vini del discount diventano solo un bellissimo ricordo e c’è una nuova strada da percorrere. Non ricordo dove fossi e neppure con chi, ma ancora rivivo l’emozione: in quel momento tutto diventò più chiaro. Un po’ come Robin Williams nell’Attimo fuggente stavo cambiando prospettiva, da quel momento il vino per me divenne un qualcosa di nuovo, da conoscere ed amare; non più soltanto l’ideale compagno di ebbre serate. Il mio lavoro mi permetteva di girare la Romagna in lungo ed in largo ed iniziai a conoscere le meravigliose strade del vino della zona.
Passarono i mesi, le prime guide del Gambero Rosso entrarono in casa ed iniziò uno studio forsennato, il vino divenne la mia malattia. Iniziò così la prima raccolta: guide e vini, soprattutto sangiovesi emiliano romagnoli e bianchi marchigiani…i primi Avi di San Patrignano.. i Nero di Predappio di Nicolucci.. gli Ombroso di Madonia..I Berti e tanti altri sangiovesi iniziarono a girare per casa. Mi sentivo un grande sommelier e mi lanciavo in analisi gusto olfattive improvvisate e lacunose, goffo come un moderno Sancho Panza:  erano sicuramente i vini più buoni del mondo per me, in quel momento, perché erano i primi che mi sceglievo da solo ed erano il frutto del mio lavoro di ricerca.
Ma la domanda che ti starai ponendo mio caro lettore….sì, ma com’erano questi vini?
Circa due mesi fa mi sono imbattuto nel sangiovese base di Nespoli,  allora impazzivo per questo vino e credevo che avesse il rapporto qualità prezzo migliore della penisola italica. Sono cambiato tanto e mi sembra ingeneroso scrivere cattiverie sul fidato compagno di tante sere di baracca con gli amici,  magari nella classica osteria romagnola. E tutti gli altri vini, com’erano? Lontani dalla concezione che attualmente ho del sangiovese: potenti, pieni di estratto e di frutto, poca terziarizzazione, a volte un po’ ruffiani o con un tannino ruvido polveroso ed una spalla acida deboluccia e poca predisposizione all’invecchiamento.
Il romagnolo sa vendersi e come tale è sempre pronto a cogliere le esigenze del mercato. L’estate scorsa mi sono ritrovato alla presentazione dei vini della provincia di Rimini e mi sono gustato sangiovesi completamente diversi: vini in riduzione, grado alcolico contenuto. Prodotti trasformati, adatti alle tendenze e alla cucina moderna, sempre meno grassa. Un Avi così anoressico erano anni che secondo me non lo si vedeva, ma Cottarella  (l’enologo) la sa lunga vede e prevede e sa cosa vuole il consumatore!
Anche in Romagna, poi,  troviamo esempi di vignaioli che, pur partendo da territori non tanto fortunati, cercano la loro strada e la portano avanti con coerenza e determinazione: Gabriele Succi di Costa Archi, tanto per fare un esempio, che con caparbietà tira fuori dei vini veramente eccezionali se contestualizzati alla zona di produzione. Il Monte Brullo o l’Assiolo sono esempi di come si possano fare grandi vini anche a Castel Bolognese: sfido anche il degustatore più esigente a riconoscerlo come un sangiovese di Romagna durante una degustazione alla cieca.
Vorrei dedicare una menzione al vino che più di tutti mi è rimasto nel cuore in quel periodo, Tenuta La Palazza Drei Donà Pruno 1997. Ricordo nitido di una gran serata alla Ca’ de be’ a Bertinoro nel lontano 2009. Uno di quei vini che ti fanno battere forte il cuore con il suo tannino setoso, la sua bella spalla acida, un equilibrio perfetto e tanti anni davanti. Il tutto in perfetta sintonia con un quadro olfattivo espressivo e meravigliosamente ricco di terziari mai banale. Un vino che a distanza di anni è ancora lì e ricorda emozioni. Sì può riassumere il periodo romagnolo come una lunga fase improntata sull’immagine, eliminando due o tre vini indimenticabili, sul consumo di prodotti dignitosi, ma lontani dall’idea che attualmente ho di vino: in poche parole come una lunga fase di transizione e di ricerca (per il vino come lo è stata anche per la mia vita).
Il grande sommelier professionista romagnolo e abile venditore di scatoline non era nient’altro che un ragazzino ignorante e pieno di sé che cercava un senso al presente ed una strada per il proprio futuro (…continua).

SANGIOVESISTA CONVINTO Terza parte – NEL GRAN DUCATO DI TOSCANA

Mi aggiro nella “stanza delle bottiglie” chiedendomi se esista una terapia. Potrò mai uscire da questo stato psicologico compulsivo e  invalidante che mi porta ad avere un numero di bottiglie capace di soddisfare le esigenze di due o tre generazioni di bevitori incalliti? Non lo so! In questi anni mi sono ripetuto spesso, come un mantra, “queste sono le ultime” ma inevitabilmente finivano per diventare penultime, terzultime e così via. Nel DNA di ogni italiano c’è il gene che ci porta ad imputare le nostre colpe a qualcun altro…ripensando alle prime bottiglie acquistate credo che i colpevoli del mio stato di malessere siano Caterina Santi e Jacopo Biondi. Cosa c’entrano questi due nobili toscani della prima metà dell’Ottocento? Quella sera invece di starsene rintanati al calduccio sotto le coperte a farsi le coccole sarebbero potuti uscire a guardar le stelle oppure, magari, andar a teatro a gustarsi una bella commedia di Goldoni… invece mettono al mondo Ferruccio che come per magia si piglia il cognome della mamma quello del papà, le terre, le vigne e diventa la guida di Montalcino. Il tutto dopo essersi distinto come garibaldino era il 1866. Rientrando a Montalcino, alla fattoria del Greppo, prosegue gli esperimenti in vigna e in cantina focalizzandosi sul Sangiovese e selezionando quello che diventerà il Sangiovese Grosso e poi il Brunello. Nelle vigne del Greppo studia a fondo quelle piante che resistevano più all’oidio, così quando la fillossera arriva a Montalcino, lui innesta quella sua selezione di Sangiovese su piede americano concretizzando definitivamente la nascita dell’uva Brunello.
I Biondi Santi divennero la prima malattia, il sangiovese grosso il mio credo e in quel periodo inizio’ l’accumulo di brunelli  di tutti i tipi: da quelli provenienti da “Montalcino allargata” presi all’Auchan e con il cognome di un noto attore comico pugliese  icona dei film trash degli anni settanta e ottanta, a quelli provenienti da Montalcino alta e bassa. Insomma, bastava la parola brunello per avere il passepartout ed andare a far parte della mia collezione di bottiglie.
Fabiana ha vissuto gli ultimi giorni di gravidanza nel terrore che l’iscrizione all’anagrafe di Davidino fosse fatta con il nome bruno o brunello!
A dire il vero mi stavo già disamorando….l’inizio della fine della mia fase “brunellesca” coincide con il primo assaggio di Poggio di Sotto. Esiste un legame indissolubile tra i vini di Poggio di Sotto e quelli di Biondi Santi, ma ancora non capivo cosa fosse.
Colpito nel profondo dell’anima iniziai a cercare di capire cosa legava i due  e incappai nel maestro assaggiatore enologo “bichierino” Giulio Gambelli. “L’ultima farfalla del sangiovese“, così lo definì Carlo Macchi ne “L’uomo che ascoltava il vino”: ci lasciò agli inizi del 2012, ma nella seconda metà del 900 aveva insegnato a fare il vino a tutti i produttori di Montalcino ed a una buona fetta di quelli del Chianti Classico. Era un pezzo (grande) della storia del vino toscano negli ultimi 60 anni. Basta una parola per  riassumere i vini e lo stile gambelliano: eleganza. Un’eleganza che ci permette ancora oggi di poter sfoggiare le sue bottiglie a degustazioni alla cieca assieme a mostri sacri borgognoni o bordolesi senza sfigurare.
Capisci che il prodotto è Gambelliano quando, come direbbe un mio caro amico, il solo commento che ti viene in mente è…bonooooo!
Le sensazioni in bocca sono stratosferiche: tannini morbidissimi, spalla acida sempre importante, durezze sempre in equilibrio con le parti morbide e sensazioni retro nasali lunghissime.
Al naso eleganza, mora, lamponi in confettura, tabacco, cuoio, sotto bosco e potrei continuare per pagine intere ma quello che soprattutto, anche secondo lui, si doveva sentire era la scorza d’arancio.
Aveva la capacità di saper ottenere il meglio dal vitigno per quell’annata e in quel territorio.
Da quel momento l’ultimo grande amore, quello per il sangiovese chiantigiano raddese. Iniziai ad accumulare Montevertine, innamorato di quelle donnine in pose ammiccanti, sensuali ed eleganti esattamente come i vini all’interno; per poi scoprire Monteraponi. Credo che la grande capacità di questi due grandi vignaioli sia quella di continuare il lavoro di Gambelli e di tanti altri che hanno reso grande il Chianti classico, ricercando negli ultimi vini un richiamo crescente alla territorialità di questa grande zona storica che festeggia i 300 anni.
Grazie alle meravigliose persone conosciute in questo nuovo mondo ho avuto modo di scoprire vini, luoghi, vignaioli ma anche idee.
Il mio nuovo mantra nasce da Franco Martinelli, noto vignaiolo piemontese sempre alla ricerca di qualità, che ha trovato una semplice regola da rispettare quando crea i suoi vini: la regola delle tre E: eleganza equilibrio ed espressività del territorio.
Siamo a gli inizi del mio cammino ed il vino è un prodotto in continua evoluzione non so se domani il sangiovese avrà un posto di élite nel mio cuore: sono curioso e aperto a nuove esperienze e a nuovi mondi… to be continued

Italians do it better

L’italiano è così: non conosce le mezze misure, la ciclotimia è entrata a fare parte delle patologie a trasmissione ereditaria da secoli portandolo a dividersi tra momenti deliranti nei quali rilascia profezie e ricette per salvare l’umanità e anche gli abitanti di Marte e momenti depressivi di Leopardiano pessimismo cosmico dalla vaga idea di fondo che tutto sia sbagliato, che lo stato in cui viviamo sia un disastro (in quei momenti ci vergognamo pure a definirlo “stato” approdando su un meno impegnativo “territorio”), che tutti gli altri siano colpevoli di qualcosa, compresi parenti di secondo e primo grado e anche la nonna talvolta viene vista in cagnesco!!!

Forse la causa antropologica risiede nell’iperutilizzo della parte motoria durante le discussioni: il nostro gesticolare influisce negativamente sul risultato finale. I contenuti risultano così compromessi dall’afflusso di ossigeno ai muscoli degli arti superiori a scapito del sistema nervoso centrale. Il risultato finale non potrà che essere  demagogico, banale e scontato!
La premessa è lunga e pedante e sicuramente porterà il lettore ad indignarsi sentendosi per un tempo imprecisato che può andare dai cinque ai diedi minuti  offeso nel suo profondo spirito nazionalista. Questo fino a che non partirà un trenino sulle note di Brigitte Bardot o si troverà davanti ad un piatto di camambert o roquefort, oppure si ritroverà a tifare per un francese di colore in pantaloncini corti con i capelli tagliati in modo molto strano ed una faccia veramente spocchiosa.
Per noi Italiani il punto è chiaro: siamo molto meglio di nostri cari cugini d’oltralpe: e poi, vuoi mettere i nostri vini?
La prima analisi e riflessione che ti vorrei proporre mio caro amico lettore è “cos’è il vino, cosa genera, cosa trasmette?”
Siamo così sicuri che si debba inserirlo e trattarlo come un qualcosa di industriale riducendolo a mere cifre di produzione, vendita e commercializzazione nazionali in cui stilare classifiche ed esultare se anche quest’anno l’abbiamo messa in c..o agli spagnoli? Personalmente vedo il vino come espressione artistica di un vignaiolo che compie un gesto d’amore e, a seconda della passione che mette in quello che fa, avrà la capacità di colpire ed affrontare anche il degustatore più severo.
Come tale, è un’opera d’arte che genera emozioni, appassiona le menti e smuove la gioia. Non credo, quindi, che la si debba etichettare cercando per forza confronti fra nazioni, zone, cru e via discorrendo. L’alternativa è continuare a considerare il vino come una bevanda idroalcolica che causa benessere nel breve termine, ebrezza nel medio e talvolta uno stato di come etilico.
Come sempre tendo a perdermi. La riflessione odierna nasce da una frase che sempre più spesso mi sento dire quando un non addetto ai lavori viene a sapere della mia passione sfrenata per il vino: “il nostro prosecco o franciacorta (vi giuro un giorno uno lo ha chiamato gambacorta) è decisamente meglio di qualsiasi champagne, no???”
A quel punto inizio a tremare e un rigagnolo di sudore mi scende dalla tempia; se poi non rispondi in fretta scatta la seconda e più temibile domanda: ma  vuoi mettere il Made in Italy rispetto alla “roba” francese?

In quei momenti nel mio cervello passa di tutto…vorrei rispondere “ma te quanti vini francesi hai bevuto? dove li hai comprati ?e soprattutto che aziende di Gambarotta compri?”
Sono meglio i vini francesi o italiani? Ma chi se ne frega!
Non stiamo parlando di macchine o di motori (meglio Renault o Alfa Romeo?)! parliamo di benessere, di emozioni. Parliamo di prodotti diversi che raccontano la storia di due paesi completamente diversi! La Francia: da sempre unita, orgogliosa, capace nei secoli di aver dato una continuità nazionale anche nel coltivare la vite, scegliendo pochi vitigni e producendo il meglio, capace di interpretare le sfumature dei territori e di fissarne l’essenza nei prodotti finali. La Francia, con una coesa schiera di vignaioli che percorrono la stessa strada, iniziano la vendemmia lo stesso giorno, si aiutano e, perché no? si sanno anche vendere.
Dall’altro lato delle Alpi la nostra Italia. Anche i nostri vini raccontano la nostra storia: frammentata. La storia di tanti micropopoli all’interno della stessa nazione, la capacità  di sfruttare le biodiversità con produzioni straordinarie che il più delle volte vengono snobbate da critica e mercato. La storia di una nazione che fatica ad avere un filo conduttore comune, e dove si accendono rivalità anche tra vicini di casa (io sono cresciuto con l’idea un riminese guiderà sempre peggio di un marchigiano ma se vai in Romagna si guardano bene dall’avvicinare un’automobile con la scritta PU). Si configura allora un ampio e variegato panorama, una produzione sterminata di vini diversi fatti da persone diverse, in contesti straordinari.
Concludendo: quali sono per me i vini migliori? Italiani, Francesi ma anche Spagnoli, Tedeschi….l’importante è scegliere quelli che emozionano, che concorrono a rendere la vita qualcosa di più!

Prosit

 

Il terroir

Il mio spirito critico e analitico si è sempre trovato un po’ in difficoltà di fronte agli schemi eccessivamente rigidi e dogmatici. Proprio dall’analisi di alcune certezze impartite dalle più importanti associazioni nasce il mio spunto di riflessione odierno. Parliamo di un prodotto, il vino, impossibile da definire “naturale”: tecnologia,  chimica ed eperienza sono essenziali per ottenere un risultato finale di qualità.
Come in molti altri settori è sufficiente cavalcare l’onda della moda del momento per ottenere grande riscontro dalle masse, quantificabile in termini monetari piuttosto che qualitativi, nella maggior parte delle circostanze. Questo fa sì che alcune aziende riescano a racimolare piccole o grandi quote di mercato investendo sulla moda del momento piuttosto che sul prodotto in senso più ampio.
Così, negli ultimi vent’anni, abbiamo assistito ad un appiattimento continuo della qualità media dei grandi vini e ad un aumento sproporzionato di pseudo intenditori che esasperano ulteriormente il circolo vizioso.
Credo che, ad oggi, le migliori bottiglie delle migliori aziende al mondo, si debbano riassumere in tutte quelle prodotte negli anni 80-90. Sotto l’assedio dei nuovi mercati e dei nuovi prodotti il vecchio mondo come ha reagito?
Coniando il termine Terroir, connotandolo scientificamente e cercando di insinuare nella mente del compratore il dogma fondamentale che i grandi vini possono essere prodotti solo in grandi terroir.
Ma tutto questo è possibile? La prima analisi che andrebbe fatta, da Italiani, è che la verità storica della nostra penisola ci dice altro. I francesi erano stati chiari: in Italia non si potevano fare grandi vini!
In particolare, poiché la zona di Alba e tutte quelle limitrofe erano incapaci a produrre vini di qualità, quindi storicamente non si producevano grandi vini, l’Italia e sopratutto il Piemonte non avrebbe mai potuto produrne.
Se è vero che nel tempo si possono trovare dei terroir più adatti dei vecchi ad un determinato vitigno cade la scientificità del concetto di terroir per come noi lo intendiamo.
Credo che il vino sia la massima dimostrazione di come l’uomo possa a suo piacimento modificare la natura, trasformando in una sostanza piacevole ciò che la natura renderebbe aceto!!
Questo rende l’uomo protagonista assoluto che, grazie a terreno, clima, ma soprattutto alle conoscenze e alla passione, riesce a migliorare e a creare magnifici esempi di grandi vini.
Il termine Terroir dovrebbe essere pertanto inteso come qualcosa di vivo, che con il tempo potrebbe modificarsi: magari tra cinquant’anni saremo qui a discutere sul grande terroir del Delta del Po o della Bulgaria. Per concludere, dovrebbe, a mio avviso, essere rivista la percezione assolutistica di “massima espressione di vitigno per un dato terroir”: non posso e non voglio credere che cuore, passione e tecnologia non possano portare ad ulteriori e continui miglioramenti
Per cui definizione finale e conclusiva del termine Terroir per il dizionario tontiniano : termine che racchiude in sé molti fattori ambientali climatici ma soprattutto storici. Il terroir racconta come nei decenni grandi vignaioli abbiano influito con la loro dedizione a cambiare la storia di una determinata zona vitivinicola, creando benessere e soprattutto appassionando gli uomini.

Monteraponi III Toscana IGT Rosso

Gli ultimi due anni, trascorsi nel mondo del vino, mi hanno permesso di conoscere persone meravigliose. Dalla vita ho imparato che, molto spesso, il valore delle persone si può ricondurre ad un’equazione matematica con un rapporto esponenziale tra umiltà e grandezza. Lo stesso rapporto è, chiaramente valido tra tracotanza e bassezza.

In questo clima onirico, perso nelle mie elcubrazioni matematico-filosofiche, nasce l’analisi di questo vino, di questo terroir e di questo magnifico produttore. A chi, questa mattina, attendeva la recensione del Pouilly Fumè di ieri sera recherò una piccola delusione: ad ispirarmi in questa recensione  l’acquavite Raddese che sostituisce la camomilla nelle mie notti insonni.

Monteraponi III mi è stato venduto come un vino “quotidiano”, ma quì di quotidiano c’è solo il prezzo (abbordabile per tutti ma dalla limitata tiratura). Dalla prima annusata in vino si svela per quello che è: un fuoriclasse nella sua tipologia. Non scendo nei tecnicismi, non catalizzo la mia attenzione sul fatto che sia il bland di due annate…non sono in grado di cogliere queste sfumature. Voglio provare a raccontare altre sfumature… quelle emotive che genera.

Primo punto a suo favore: è stato il primo valoroso caduto tra tanti suoi fratelli “maggiori” nelle grinfie di voraci consumatori di vino e tartufo, trasformandosi da vino quotidiano a re dei Sangiovesi in battaglia.

Ma l’analisi olfattiva va fatta con calma e quasi scientificamente, ignorando quella golosità alla bocca e facilità alla beva che lo ha visto cadere in battaglia così rapidamente. Quel frutto, sempre presente senza mai essere invadente, quella sapidità intrigante pungolata da una gioviale freschezza e da quel tocco raddese a testimonianza di un terreno povero e austero ma padre di tanti gioielli grazie all’opera di grandi uomini.

Non c’è niente da fare… la beva è tanto seducente da avermi nuovamente fatto dimenticare l’olfazione. Con un vino del genere ci s’imbriaca in men che non si dice, finita la prima bottiglia vien voglia di aprire la seconda anche senza essere alcolisti.

Il naso, invece, è un po’ timido all’inizio. Poi si apre e stupisce.
Inizio roboante su note di piccole fragoline di bosco e di un bel bouquet floreale violettoso e di bacche di ginepro. Poi arriva la contraerea di terziari, in evidenza la polvere di cacao, il tabacco di pipa, pelliccia, pellame. Sul finale vira verso quella caratteristica nota raddese ematico ferruginosa divinamente accompagnata dalla scorza di arancia.

“Le Troncsec” 2011 Poully-Fume Az Joseph Mellot

I giorni passano i bimbi crescono” …canzone dal sapore antico, forse un po’ un luogo comune. Il piccolo imperatore ariano, però, prende ogni giorno più potere in casa.
Per confermare le proprie origine teutoniche nelle ultime due giornate ha cominciato ad emettere suoni gutturali in un linguaggio a metà tra il germanico ancestrale e la lingua dei Gremlins. L’ultimo mese è, quindi, trascorso in balìa di cinque chili scarsi di potere magnetico, carisma e caratteraccio. A volte, però, con benevolenza, ci permette di vivere attimi di pace in cui godere delle cose buone del mondo.

Ieri sera abbiamo stappato “Le tronsec” un ammaliante Poully-Fume 2011 di J. Mellot.

Riempie il calice di un dorato sfavillante, lucente e scintillante. Da bravi ubriaconi vorremmo saltare la fase olfattiva e tracannarlo.

Ma tratteniamo gli istinti: la sudditanza all’ariano ci ha resi meno anarchici e più rispettosi.

Affondiamo le narici in questa meravigliosa esperienza sensoriale: elegante. Nota citrina, per incominciare, un cedro che si confonde con un mango poco maturo. Il frutto tropicale si espande e si trasforma magicamente in pietra focaia dopo un temporale estivo. Un ricorso caldo ed avvolgente di vaniglia e pane appena messo in forno chiudono lo spettro olfattivo. Sempre lineare, senza mai esitare.

Anche in bocca esprime tutta la sue eleganza: freschezza e sapidità perfettamente bilanciate dalle morbidezze. Non tradisce le aspettative e ad avvolgere il palato ritroviamo tutto ciò che ci aveva promesso al naso.

Quello che rimane è la bottiglia, vuota dopo appena 45 minuti di pace.

Bòn… torno a godermi questi ultimi istanti di pace e colgo l’occasione per ripassare un po’ di Davidese, l’imperatore è e rimane sempre molto esigente!

 

“Il Bosco” 1999 Cortona DOC Syrah Az.Tenimenti D’Alessandro

Il Nuovo Grande Maestro Cerimoniere di casa Andreini-Tontini (ebbene sì… avermi fatto diventare papà l’ha fatta salire di livello), nonostante si sia insediato da meno di un mese si dimostra sempre più intransigente. Apertamente contrario a degustazioni di vino o di cibo, soprattutto nelle ore che più si addicono alle libagioni: attende l’esatto istante in cui noi umili servi ci avviciniamo al piatto o al bicchiere per cominciare a piangere disperato.

La necessità aguzza l’ingegno, si sa, così ieri mattina, stordito il piccolo dittatore ariano con dose tripla di latte materno, io e Fabiana ci siamo riuniti nell’area più buia, nascosta e silenziosa della dimora tentando di trarlo in inganno.

Abbiamo così degustato prodotti autoctoni del territorio e stappato uno Syrah, per la precisione Cortona DOC Syrah Tenimenti d’Alessandro “Il Bosco” del 1999. La bottiglia si presentava nelle peggiori condizioni: etichetta strappata, sporca, livello sotto il collo. Insomma, sembrava un cimelio tratto in salvo da una cantina allagata. Le perplessità erano tante, il clima teso (il pianto senza preavviso del giovane ariano è devastante ed è un po’ come una Spada di Damocle).
Versiamo e giù il colore ci rilassa: la concentrazione c’è, il colore è rosso rubino con un’unghia purpurea. Per un attimo godiamo nella pace del silenzio con l’illusione di non avere catene, affondando il naso nei calici. Grinta e profondità con una fantastica evoluzione nel medio tempo: un inizio fruttofloreale di marmellata di amarene e viola mammola appassita, per poi aprirsi ai terziari. Radice di liquirizia, cioccolata, pellame e una lieve nota salmastra, in uscita un vago e dolce ricordo di pesca gialla macerata e scorza di arancia candita.

Il tempo è tiranno, in casa non solo il tempo… anche il piccolo ariano non scherza (cambiargli il pannolino è un esempio!)

Nel sorso c’è tutto. Fabiana, come sempre, fa da ago della bilancia: se versa il secondo calice il vino è sopra 90 (chissà com’è che meglio è il vino meno io ne bevo). Equilibrio totale in bocca: tannino agile e fine e tagliente acidità bilanciate perfettamente dalle morbidezze. L’entrata è regale e il finale è ricco di emozioni grazie al ventaglio di sensazione retronasali che regala.

Sentiamo squittire dall’altra stanza, segno inequivocabile dell’imminente risveglio del tiranno. Il nostro tempo libero per oggi è scaduto, torno a fare il lavoro più bello del mondo: il servitore-babbo del mio piccolo imperatore ariano

Brunello di Montalcino 2010 Az.Corte dei Venti

Questa degustazione è stata un parto, e non è un modo di dire. Sono nei corridoi del reparto di ostetricia e cerco di concentrarmi a ricordare la bevuta di ieri sera così da stemperare lo tsunami di emozioni che mi hanno travolto nelle ultime ore. Colpevoli gli occhietti visti del mio bambino appena venuto al mondo e l’effetto che mi hanno fatto appena hanno incrociato i miei.

I figli sono come gli ottimi Brunelli, hanno bisogno di tempo. Sul tempo hanno discusso e ricamato sofismi pensatori di ogni epoca, identificandolo come guaritore, amico o effimero beffardo. Quando il bicchiere è mezzo pieno (il mio lo resta sempre per brevissimo tempo) ti consente di guardare al futuro con incredibile positività, affondando le radici in ciò che è stato.
Per me, anzi, per la nostra famiglia, il 2015 sarà l’annata del secolo: ottima vendemmia, maturazione finale con abbondanti escursioni termiche giornaliere e, soprattutto, ha dato i natali al rampollo di casa Tontini. Prevedo già che la suddetta congiunzione astrale mi manderà sul lastrico.

Ieri sera, tornando a noi, nel calice avevo la tanto decantata dalla critica, dal pubblico e dagli avvinazzati come me, 2010, di Corte dei Venti (a Montalcino comunque la sanno lunga, le annate di grande livello non mancano di certo…a volte occorre distinguere tra reale bontà del prodotto e logiche di mercato!).

I primi 40 secondi al naso si comportano tutt’altro che bene: note di rovere bagnato che sovrasta in maniera disordinata il bouquet. Poi, inaspettatamente, cambia carattere e vira, tirando fuori il meglio di sé. Bei terziari, pepe, cannella, un ricordo elegante di tabacco biondo. Con il tempo emergono distinti aromi frutto floreali che convincono e in men che non si dica i primi 40 secondi restano solo un brutto ricordo. Stupisce la bevibilità: bella freschezza, croccante come una crostata di mirtilli (piccolo omaggio a Tarantino)… un sorso tira l’altro. Bottiglia finita, in solitaria, in un’ora.